Buon proposito per il 2012 ovvero facciamo la nostra parte di brave goccioline nell’oceano!

La Befana non usa le calze della Golden Lady.
Il mistero della tracciabilità del panettone, ovvero: si stava meglio quando si stava peggio anche se i treni arrivano ugualmente in ritardo
Immaginate la scena: stessa borsa, stesso cappotto, nessuno se n’è accorto.
Sono passati cinque anni e siamo ancora lì, a ridere e chiacchirare.
Oh Bologna! Quanto mi manca il periodo in cui ti attraversavo, ingenua e spensierata, quando il mio problema più serio era trovare posto in aula computer perché avevo appuntamento in chat con le amiche con le quali dovevo assolutamente discutere del tal manga!
Tutto è diverso, tutto è uguale.
La stazione, i barboni.
Non ci sono più i punkabbestia, la Feltrinelli é ancora lí e come al solito usciamo senza comprare nulla.
Il telefono squilla, è mia mamma. Ma non è come allora perchè non è lei che vuole sapere quando torno, bensì i miei bambini.
E si parla di chi non c’è, di chi si è perduto.
A volte la vita fa così.
Poi ci si ritrova adulti, tre birre, una piadina e un tè. E siamo sempre noi, nonostante tutto.
Think Green! Ovvero: tagliati le palle e tappati l’ano.
Scusate i termini volgari, innanzitutto.
Navigando in giro per la rete ho trovato un articolo molto interessante ( Qui la versione integrale) .
In pratica l’autore del post si chiede quale sia il metodo contraccettivo più amico dell’ambiente.
Sono sempre stata a favore di uno stile di vita ecocompatibile, ma qui credo si sia superato il limite ragionevole.
“one of the worst things you can for the environment as an individual (well, two individuals) is have a child.”
Cioè.
[...]
Traduco per chi non sa l’inglese: “una delle peggiori cose che si possano fare all’ambiente è fare un figlio”
Accantonando la famosa questione dell’utero che è mio e me lo gestisco io, la nascita viene messa sullo stesso piano di un mafioso che sotterra scorie nucleari tra le fondamenta di un ospedale.
Mamme, siete ecomostri, sentitevi in colpa.
Però prosegue dicendo
“That’s not necessarily a reason not to have a child”
ovvero questa non è una ragione necessaria per non avere figli.
Cerchiamo di capirci: prima mi accusi di aver inquinato partorendo, paragonandomi ad un ecomafioso e poi mi dici che tutto sommato posso fare quello che mi pare? Allora anche per chi nasconde scorie radioattive il fatto che devasti l’abiente non è una ragione necessaria per non farlo. Non è forse fare un figlio uno dei peggiori flagelli per l’ambiente? E non lo è pure spargere al vento plutonio?
Se le cose si equivalgono e se si può chiudere un occhio per una, perché non farlo nemmeno per l’altra?
Capito ecodevastatori? Se vi processano, portate questa tesi in tribunale. Si finirà che generare figli diverrà reato penale.
Ma andiamo avanti.
“but it’s a reason to be careful to make sure you don’t have them by mistake.”
State attenti a non farne per errore.
Ma come fare?
Bella domanda:
La pillola/cerotto/roba ormonale inquina (ormoni, scatola, trasporto…), il preservativo inquina (lattice, scatola, trasporto, poi viene buttato nel wc e intasa le fogne…), la spirale inquina (produce maggior sanguinamento e il sangue finisce negli assorbenti che inquinano, a meno che non raccoglierlo e usarlo come fertilizzante) e pure il diaframma inquina.
Cosa ci rimane?
L’astinenza? Ovvio che no, poi si diventa ciechi, serve un bastone e bisogna tagliare gli alberi eccetera.
Dai commenti al post ci vengono date due soluzioni:
Sterilizzazione e omosessualità, anche per gli eterosessuali, con buonapace della autodeterminazione dei gusti sessuali e della gestione del proprio corpo.
Io dico solo una cosa: cari ambientalisti radicali, tappatevi l’ano che inquinate con le vostre scorregge.
Come sopravvivo alle feste ovvero a Natale sono molto più bastarda del solito.
Ero una di quelle che odiava il Natale e primo fra tutti il vecchio barbuto rubicondo, sicuramente partorito da una cultura fortemente patriarcale dove un vecchio citrullo ha il potere di rovinarti la festa. Con me puntualmente lo faceva.
Il mio non è uno sfogo contro i miei genitori, loro mi donavano ciò che potevano, è tutto lo schema dietro la figura di Babbo Natale che è errato, ma di questo ho giá abbondantemente parlato.
Natale per me era la festa dell’invidia, invidiavo tutto, non solo i viaggi e i regali altrui, ma anche le lamentele sul pranzo coi parenti e tutte le sgradevolezze varie.
Non mi è capitato all’improvviso, è stato graduale. Senza rendermene conto mi sono trovata a ritenere il Natale una grandissima seccatura.
Finchè…
Finché non mi sono decisa a trovare la radice del problema e mi sono chiesta casa fosse il Natale. La risposta fu semplice: una festa religiosa. E come si festeggiano le feste religiose? Andando a Messa.
Punto. Basta. Finito.
Vi parrà assurdo ma prendere atto di ciò fu estremamente terapeutico.
Dunque potevo FREGARMENE ALTAMENTE DEL RESTO.
Perciò:
chissenefrega dei parenti, chissenefrega delle luci, dell’albero perfetto. Chissenefrega delle gare per il presepe più bello, che mi rodevano il fegato perchè vincevano sempre i soliti che avevano l’acqua che scorreva e le statuine in movimento. Chissenefrega dei regali, fatti o ricevuti.
I regali sono seccature, sia riceverli che farli. Pensare a cosa fare, cosai regalare a chi ha tutto è stessante. Un conto è il compleanno, lì si tratta di un solo dono e se si ha fortuna basta dare 10€ al solito organizzatore (dai c’è in ogni gruppo!) e ci pensa lui; un altro è sceglierne parecchi con le paranoie del “se è troppo costoso non va bene perchè poi metti in difficoltà chi lo riceve” oppure “se è fatto in casa si passa da tirchi” o anche “e se ce lo ha già?
Nemmeno il cenone o pranzone che dir si voglia è fondamentale, dunque chissenefrega ai cappelletti col brodo di cappone, sono buonissimi sempre, anche un altro giorni.
E dopo aver “chissenefregato” tutto mi sento meglio.
Ed iniziano a piacermi le luci, i regali, persino il vecchio babbione (da leggersi: Babbo Natale) mi fa meno ribrezzo. Tutto ciò che è tradizionale non mi mette più malinconia perché è soltanto superfluo.
Il problema è che questo vale solo per le feste religiose. Tra una settimana è capodanno e se ci penso mi viene la depressione…
R
La supplente, ovvero vivere sulle disgrazie altrui
La supplente è quel lavoro che, come il becchino, vive grazie alla sorte di qualcun altro.
Gente, mi sento tanto una becchina.
Faccio la supplente, sostituisco una signora sulla cui salute si estende un grosso punto di domanda. Ha portato un certificato, sono prolungata per un altro mese.
Ditemi voi, devo esultare perché lavoro? Vorrei ma non posso, come faccio con il pensiero di lei che non sta bene?
E poi, è strano, lì nulla è mio, tutto è in prestito.
Però mi piace il mio lavoro, mi piace supplire (soprattutto il supplì) e penso che sia utile per l’ente che mi ha assunto.
Vorrei… vorrei sostituire persone assenti per motivi gioiose, tipo una licenza per matrimonio, una fuga d’amore della cinquantenne single per scelta altrui con un prestante giovanottone cubano, una gravidanza a lungo desiderata oppure un viaggio per adottare un bimbo solo venuto da lontano.
Purtroppo non è così.
Compagni di viaggio ovvero di mattina, sul treno.
E’ ancora buio, sebbene sia gia’ mattina pare notte inoltrata.
Il treno mi aspetta sul binario, quello errato, come sempre e come sempre appena salita mi accomodo e inizio a “pitturarmi” gli occhi: mascara, matita marrone e un po’ di ombretto lilla.
Nei sedili adiacenti ai miei, una signora che potrebbe essere mia madre igienizza con cura il sedile prima di prender posto, infine attacca con l’uncinetto. Mi chiedo se il lavoro a maglia della settimana scorsa sia terminato o semplicemente aveva voglia di cambiare.
Ecco salire due ragazzi, presumibilmente albanesi ed un signore con la borsa a cartella blu. Nessuno si siede vicino a me, il treno e’ pressoche’ vuoto, tutti si godono il maggior spazio possibile.
Il treno fischia, si parte. Stamattina niente annunci si saranno persi nella nebbia. Due, tre fermate in mezzo al nulla, al buio completo: siamo fermi ad una stazione abbandonata o si tratta di un guasto, non mi pongo il problema, non fa differenza. Eccomi in stazione, riconosco le sagome umane di chi come me, volente o dolente fa la vita del pendolare. Scendo, ma del sole ancora nessuna traccia, posso far reclamo?
Gli effetti del venerdì pontereggio o una fortuna sfacciata mi fanno trovare libero il posto in sala d’attesa che preferisco e che non sono mai riuscita a conquistare: quello incollato al calorifero.
Mi siedo, inizio a scrivere qualche riga di questo post, la ragazza accanto a me si sta truccando.
Si fa ora, esco a prendere la bici, ha la sella bagnata. Provo ad asciugarla con un fazzoletto ottenendo un pessimo risultato. Decido allora di lasciare questp compito alle mie chiappe, cosa che eseguono egregiamente. Imbocco la strada, la nebbia mi inghiotte.
Lunga vita all’androide ovvero pigia, pigia pure!
È caduto il governo e con lui pure la mia connessione ed è questo il motivo della mia sparizione (scommetto che avete pianto).
Ad ogni modo, ecco arrivare Lui, l’Anroide, con quella sua tastierina del piffero.
Sapete? Pensavo di avere le mani piccole, eppure non azzecco mai la lettera che voglio e così impiego tre volte il tempo con la metà del risultato. Nonostante ciò sono innamorata del mio telefono!
La scatola dei calzini spaiati ovvero post impopolare
Inizio rendendovi partecipi dei coccoloni che mi fa prendere Twitter. Il primo, in ordine di delusione (sì supera anche le mancate dimissioni di Berlusconi, perché io credo nei miracoli ma forse per certe cose c’è bisogno di qualcosa in più) è la notizia che la Feltrinelli ha pubblicato un libro sull’oroscopo 2012. Diciamo che preferivo la fine del mondo. Il mio sogno era di pubblicare con la Feltrinelli, adesso non più. SAPPIATELO OH, VOI DEL GRUPPO L’ESPRESSO: MI AVETE ARCIDELUSO.
Detto ciò, passiamo al secondo accidente che avete già ovviamente capito: mi è capitato sotto gli occhi un tweet che dava per certe le dimissioni di Berlusconi e nello stesso momento qualcuno ha acceso su Studio Aperto mentre si smentiva la cosa. Troppe emozioni tutte insieme.
Ad ogni modo, ancora sono qui e se sto scrivendo sono viva.
Passiamo al topic vero.
Dicevamo nel titolo (ovviamente uso il plurale perché io NON ho manie di grandezza, di più!!!) trovate la scatola dei calzini spaiati.
Dovete sapere che in ogni cassetto dedicato ai calzini della mia famiglia c’è una scatolina con i calzini solitari, in attesa di ritrovare l’anima gemella.
E, come mio solito, è partito il film e mi sono immaginata paraninfa di calzini single e infelice. Come una sorta di agenzia matrimoniale, qualcuno trova il suo gemello ma la maggior parte NO.
Ma secondo voi esiste un posto, tipo universo parallelo o buco nero che inghiotte solo uno del paio di calzini? Perché si perdono? E’ colpa del Mazapedre, folletto dispettoso che nasconde le cose in Romagna? Alcuni membri della mia famiglia hanno detto di averlo visto, peccato che ora siano defunti. Altri membri chiamavano il folletto col nome di insolazione o indigestione, comunque sono sicura che ogni paese della Romagna lo chiama in un modo simile ma differente, ed è cugino dell’equivalente sardo che trovai tanti anni addietro in un libro della Piztorno… no, scusate Pitzorno… no, vabbeh, comunque mi avete capito, eh?*
Oggi ho parlato ai miei figli della guerra, hanno visto il rudere della rocca e mi hanno chiesto perché era rotta. Come al solito mi è scappato di dire la verità (è stata bombardata, o almeno così mi ricordavo): l’ha rotta la guerra.
E improvvisamente la Guerra ha assunto la lettera maiuscola, è diventata tipo uno spauracchio, uno di quei mostri che attraggono e terrorizzano i bambini e volevano saperne di più, e cosa fa e perché lo fa. E io a dir loro che la Guerra ammazza la gente e lo fa perché è cattiva, ma devono stare tranquilli perché adesso è finita e speriamo non torni più. Raffaella ha concluso che la Guerra le fa rabbia.
*No, non ho voglia di andare sulla Wikipedia per controllare il nome.
Lenticchie
In un angolo, congelata, sto disperatamente cercando una ricetta per la minestra di lenticchie decente, invano.
La prima volta che ho mangiato questo legume, ero incinta del primo figlio e l’ostetrica che mi seguiva insisteva dicendo che dovevo mangiare lenticchie che contenevano ferro.
Un giorno decisi di accontentarla.
Eravamo in macchina, io e mio marito, nello svincolo di Imola dalle parti dell’ospedale nuovo, quando gli chiesi se potesse fermarsi un secondo.
Mi guardò perplesso e accostò. Io aprii la portiera, vomitai tutte le lenticchie, richiusi e ripartimmo.
Qualche anno dopo provai a rimangiarle e scoprii che non erano niente male.
Adesso è freddo, molto freddo. Potrei accendere il camino, anziché scrivere stupidate nel blog, e invece me ne sto qui, a ragionare su una buona minestra di lenticchie che non trovo.
Ma qualcuno sa come si fa?!


















Vecchi ricordi, ovvero: se non ti piace non leggere.
Tutto parte da un tweet.
Da qualche tempo a questa parte quasi qualsiasi cosa parte da un tweet. E dalla mia curiosità,ovviamente.
Fatto sta che un hastag mi porta a questo articolo.
Credetemi, sarei stata ben lieta di lasciare la mia opinione direttamente lì ma, dopo due giorni di tentativi falliti, la mia pazienza è evaporata ed ecco nascere questo mio.
Che dire, il signor Bertante, mi ha riportato alla mente la mia frequentazione nella community di scrittura amatoriale EFP, quando ancora nell’url appariva la dicitura “egoio”. Età media sedici anni, le lamentele identiche.
Deve sapere, gentile signore, che anche lì autori si lamentavano di blog nati per deridere gli scritti altrui e si scatenavano dei flame epici che si risolvevano nella regola d’oro “se non ti piace, non leggere”.
Certi blog la irritano?
Non li frequenti. Li lasci parlare, se sfogano le loro frustrazioni così a lei che importa?
E, nel caso avessero ragione, si ricordi l’altra regola d’oro imparata su EFP e testata di persona: “qualsiasi boiata sgrammaticata avrà i suoi sostenitori da qualche parte.”
Suvvia, la vita è troppo breve per perder tempo leggendo fesserie!
Edit: ennesimo tweet, argomento simile.
La signora Monti si chiede perchè ci siano commentatori aggressivi che molto spesso si riducono ad un insulto.
Vede, i maleducati esistono da moooolto più tempo del web 2.0 e ce li ho anche io, nel mio blog che non legge nessuno.
Il modo migliore per reagire è rispondere gentilmente facendo emergere così la cafonaggine del commentatore arrabbiato.
E andare avanti, fregandosene.